Il gioco di calciare un pallone

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Una riflessione, da parte di una persona londinese, riguardo il famoso gioco del pallone: il calcio.

Questo testo perviene da un antico manufatto e si tratta di una lettera. Una lettera? Si quel pezzo di carta che veniva scritto per poi essere imbucato e si doveva attendere una settimana perchè arrivasse al destinatario. Questa lettera è stata pubblicata all’interno del n.1 della rivista FIKAFUTURA. L’ho trascritta per voi in quanto, nonostante siano passati 20 anni, condivido il pensiero che ritengo ancora molto attuale.

 

La posta di FIKAFUTURA n.1

fikafutura_01Abbiamo ricevuto da Londra, da uno sconosciuto lettore, questo intervento di riflessione sul gioco del calcio che volentieri pubblichiamo.
Cari redattori, mi stupisce che, da fini decodificatori quali siete, non abbiate mai affrontato alcune questioni che riguardano il mondo del calcio e i suoi codici sociali e simbolici. Una mia cara amica mi fa spesso notare che, dopo Heysel, chi continua ad andare allo stadio è un coglione. Non sono d’accordo: il tifo calcistico assolve ad una funzione tanto importante che, se non esistesse, bisognerebbe inventare qualcosa di altrettanto forte che fornisca identità a un prezzo tanto basso. Lo si nota qui a Londra, dove vivo, ma è evidente anche in Italia. Sono figlio di padre napoletano e madre inglese e seguo entrambi i campionati con un genuino interesse. A volte le partite mi sembrano esibizioni aziendali dove le due imprese schierano in campo i rispettivi dipendenti (i calciatori), col supporto dei propri consumatori (i tifosi). Immaginate la farsa: la tale casa automobilistica contro la sua rivale; manager e dipendenti in calzettoni e mutande, sostenuti da chi preferisce una certa automobile, che so, per la carburazione “d’attacco” o per il treno di gomme “da contropiede”. Come in qualsiasi competizione, nessun colpo è proibito, le regole del gioco sono apparenti, il confine tra norme formali ed informali è vago. Esiste poi una cospirazione evidentissima, visibile a tutti, come ogni associazione che si finge segreta. L’azienda suggerisce ai dipendenti ogni sorta di slealtà, che viene immediatamente emulata dai consumatori, pronti ad assumere su di sé le conseguenze di una competizione che in fondo non li riguarda. E allora i dipendenti•calciatori si travestono da ragazzi di oratorio, ma da guappi di quartiere non perdono l’occasione per tormentare la tibia dell’avversario e, se vengono intervistati, forse per abitudine, sono bravissimi nel torturare la sintassi. Va da sé che in una declamazione così maschia tutti siano concordi nel considerare come massimamente offensivo l’epiteto “signorina!”. Non si può dire che siano i tifosi ad incitare i calciatori: sono piuttosto le società ad incitare entrambi. Il tutto descrive una situazione che Marcuse avrebbe definito di desublimazione repressiva, dove le società offrono spettacoli provocanti, distribuiscono scene di competizione violenta da imitare, ma non appena l’imitazione ha luogo, scatta immediatamente la sanzione. Caro tifoso, puoi venire allo stadio, ma guai a te se ti sfoghi. Certo, il calcio non è solo questo; c’è dell’altro che chi ha curiosità e pazienza può analizzare. Secondo una delle interpretazioni prevalenti, il mondo del calcio risponde al cosiddetto modello emulazione. I conflitti da stadio, in altre parole, non fanno altro che mimare conflitti già in opera nella società, assumendo sugli spalti dei cerimoniali propri e delle forme forse vistose, ma intimamente “oscene” quanto quelle normalmente tollerate. Facciamo degli esempi. Le tifoserie delle città di Liverpool sono divise tra i supporters della squadra omonima e quelli della squadra dell’Everton. I primi sono principalmente protestanti e inglesi, i secondi cattolici e quasi esclusivamente irlandesi. La popolazione nera di Liverpool, che pure è consistente, è stata a lungo esclusa dalla competizione, e solo recentemente le due squadre hanno ingaggiato calciatori di origine caraihica, peraltro fra il disappunto di molti. Ma qualcosa di simile non è accaduto contemporaneamente nella società “civile”, dove i neri possono ora trovare, misuratamente, un posto tra o colletti bianchi o persino nelle file della polizia? Tutte le volte che si va a vedere una partita del Tottenham si nota una miriade di croci uncinate tra la tifoseria rivale. Possibile che gli avversari, a turno e all’occasione, diventino tutti nazisti? Si: la tifoseria del Tottenham, infatti, è composta in buona parte da ebrei, che ostentano la croce di Davide abbellita dai colori bianco-azzurri. E perché i tifosi del Chalsea sono sempre così ben vestiti? Patetici, con giacca e cravatta, sventolano le banconote da 20 sterline ai rivali, presumendo che questi ultimi siano disoccupati. Li si vede il sabato sera a Sloane Square, a mortificare una zona della città cara a Byron e Shelley. Portano in giro quella loro pelle bianchiccia e, chissà perché, ne sono orgogliosi; l’idea di toccarli fa invece un po’ senso: sarebbe come maneggiare un cotechino. Tra i tifosi dell’Arsenal, che ha vinto l’ultimo scudetto inglese, c’è chi si vanta di abitare nella zona nord di Londra: il Tamigi è per loro una barriera che li distanzia dalla Londra meridionale come se fosse un oceano. Ma identico sentimento non esprimono, in fondo, gli accademici di Camden, che per anni non varcano il fiume? Secondo il modello emulazione, tutta questa ritualità agonistica, come è ovvio, è il riflesso di una ben più feroce competizione, quello che ha luogo nella società sana. Anche qui vigono la stessa sinistra fisicità e la stessa truculenza: tra le persone civili, però, le tibie e i reni non vengono spezzati, ma comprati o “scippati” da chi li ha funzionanti, perché facciano funzionare il corpo di chi merita di vivere più a lungo: anche la vita ha un suo mercato. Esiste un altro modello interpretativo del mondo del calcio: il modello collettore, che in inglese si potrebbe chiamare modello drainhole (letteralmente, fognatura). La definizione non deve suonare offensiva, ma deve solo portare alla mente uno “scarico”, un ricettacolo, una vasca di liquami che raccoglie valori e culture che nella società ufficiale sembrano ormai inservibili. Vediamo il caso italiano. Di fronte alla altissima mobilità geografica interna, il collettore-calcio rivendica un grottesco localismo; malgrado la revisione e la critica (parziale) dei ruoli sessuali, inalbera lo stendardo ridicolo della virilità; a dispetto del diffuso bisogno di vagabondaggio culturale, geografico e umano, le aziende-calcio si aggrappano a un ammuffito parrocchialismo. Si tratterà di una reazione spontanea, rassicurante, indotta da una società complessa sempre più avara di rassicurazioni? Forse. E però come spiegare a un tifoso del Veneto che a Torino è lui il meridionale, a Stoccarda è lui il “terrone” e a Copenaghen non lo si distingue da un musulmano fondamentalista? Il grado di latitudine gioca brutti tiri: se davvero l’insegnamento della geografia verrà abolito dalle scuole, come faranno gli ascolani e i pescaresi a sapere chi di loro è più meridionale? Vi confesso che sento molto la mancanza di Totò, che mettendo alla berlina il provincialismo tronfio, così si vantava: «Si lasci servire da me, io sono un uomo di mondo: ho fatto tre anni il militare a Cuneo.» Secondo il modello collettore, le aziende calcio recuperano sentimenti e comportamenti in verità ancora utili; riproducono conflitti e valori che, nel vuoto attuale, troverebbero smarrimento, sgomento. Si può parlare, a questo proposito, del contrario dell’emarginazione, cui viene spesso associato il tifo calcistico. Quest’ultimo, invece, più è furibondo, più è sintomo di integrazione, che attraverso valori residuali, liquami culturali apparentemente inutili, conduce a valori conformi e integralmente moderni. In fondo, a Londra è proprio dalle fogne che si ricava l’energia per l’illuminazione stradale. Il tifoso, insomma, non è esempio di quello che la sociologia classica definirebbe “carenza di socializzazione”, ma è emblema del suo contrario: eccesso di socializzazione, soggettività forte. Cosa fare? Oltre elogiare il soggetto debole, l’uomo senza virilità e senza qualità, rimane da gioire se lo Zambia umilia l’Italia e sperare, chissà, che il Cosenza surclassi l’Inter. Qualcuno dirà che si tratta di una vendetta povera, elaborata per giunta attraverso strumenti che di per sé sono perversi, oltre che astratti. Ma Musil è con noi: «Oggi l’essenziale accade nell’astratto e l’irrilevante accade nella realtà».

 

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conati

E' sempre più difficile restare vigili in un mondo che dorme..


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